Il complesso di San Pietro al Monte, roccia che brilla di bellezza

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Il complesso di San Pietro al Monte, roccia che brilla di bellezza

Incorniciato dai due più importanti specchi d’acqua della Lombardia, il lago di Como e quello di Lecco, svetta maestoso il monte Cornizzolo. Culla di un piccolo insediamento religioso, antica testimonianza dei popoli, dai Longobardi ai Romani, che lì praticarono il loro culto, sorge il complesso di San Pietro al Monte.

Uno scrigno di pietra e roccia, custodito sul versante altrettanto roccioso del monte che scende a strapiombo sul lago d’Annone, la Basilica di San Pietro al Monte si apre alla vista dei suoi spettatori: pietra nella pietra, roccia lambita dalla selvaggia vegetazione circostante.

Il complesso di San Pietro al Monte, sito nella località lecchese di Civate, si plasma dalla roccia, ma nasce e prospera da una antica leggenda. Quest’ultima narra che, quando il territorio in questione era sotto il dominio dei Longobardi e del re Desiderio, fu proprio suo figlio Adalgiso a dare origine alla chiesa…il tutto partì da una battuta di caccia.
Partito per i boschi alla ricerca di qualche animale selvatico da catturare e di cui andare fiero, Adalgiso si imbattè in un cinghiale di grossa taglia che, forse proprio per questo motivo, riuscì a sfuggire a lui e ai cani da caccia che si era portato appresso. Il cinghiale trovò riparo in un piccolo oratorio che un sacerdote, di nome Duro, aveva edificato in onore del Santo Pietro.
Quando anche Adalgiso raggiunse la radura, non facendosi scrupolo del luogo sacro, vi fece irruzione intenzionato ad uccidere il cinghiale che, proprio lì, davanti all’altare, aveva supplicato la protezione del Santo.
Forse, fu la preghiera dell’animale braccato, o forse il caso, Adalgiso non fece in tempo ad avvicinarsi al cinghiale, perchè improvvisamente perse la vista. A quel punto anche il principe dei Longobardi si rivolse al Santo con preghiere, suppliche, promesse…tutto pur di tornare a vedere.
La leggenda vuole che, uscito disperato dall’oratorio, Adalgiso arrivò a tentoni ad una fonte d’acqua lì vicino e vi si bagnò gli occhi, fu così che recuperò la vista.
Pensando che il figlio fosse stato salvato dall’intervento di San Pietro, il re Desiderio trasformò il luogo sacro in una vera e propria chiesa, colma delle ricchezze più degne di un tale miracolo e vi fece trasferire le reliquie del Santo per custodirle e onorarle.
Infine, quando l’imperatore Carlo Magno sconfisse Desiderio e tutto ciò che era appartenuto al re dei Longobardi divenne suo, compreso il territorio di Civate, la chiesa di San Pietro al Monte divenne addirittura una basilica.

Dalla leggenda intrisa di storia, alla realtà attuale che oggi vede il luogo, non più occupato da religiosi, composto da tre edifici: la basilica di San Pietro, l’oratorio intitolato a San Benedetto e quello che era il monastero di cui rimangono soltanto rovine. Due portali in pietra recano inciso il motto Ora et Labora a confermare, appunto, la passata presenza dei monaci benedettini.

Il complesso di San Pietro al Monte, roccia che brilla di bellezza

Il complesso di San Pietro al Monte è sicuramente uno dei tanti gioielli affiorati sul nostro territorio, una bellezza tutta da apprezzare quella della roccia grigia a vista che compone la Basilica e le altre due strutture adiacenti. Un grigio acceso, splendente di luce propria, che non ha nulla a che fare con il grigiore del cielo in tempesta, ma che richiama la storia, il passaggio dei secoli, il transito di popolazioni e di credenze che qui hanno fatto la loro casa, il loro luogo sicuro, di preghiera.
Un complesso che si apre agli occhi in tutta la sua maestosa semplicità, trovando pace nella natura verde, fresca, indomita che è la vegetazione tipica delle nostre montagne che si specchiano nel lago.

La stessa semplicità densa di fascino che la roccia esterna evoca, la si ritrova anche all’interno di San Pietro al Monte.
Alle estremità delle due volte, quella frontale e quella d’entrata, della Basilica si aprono, infatti, due cicli di affreschi raffiguranti due scene simboliche e molto evocative della religione cristiana. Nella volta centrale è rappresentata la “Gerusalemme Celeste”, una sorta di città ideale e paradisiaca, nella quale verranno accolte tutte le anime dei battezzati. Un Cristo in trono siede immateriale al centro dell’affresco, mentre tutt’intorno a lui si srotola, quasi come una pergamena, uno stilizzato castello con un’intuitiva geometria a zig-zag. Cristo domina, dunque, lo spazio di una città quadrata, perfettamente studiata a livello di simmetria, e che poggia sulle quattro virtù cardinali i cui nomi, prudenza, giustizia, fortezza e temperanza, sono scritti in corrispondenza degli angoli della composizione. E quattro sono anche i ruscelli che si diramano dal corso d’acqua che scorre vicino all’agnello mistico (simbolo di morte e resurrezione) il quale, ai piedi del Cristo, invita le anime della Gerusalemme Celeste a dissetarsi. A fare da cornice all’affresco le mura della città stessa, con dodici porte dalle quali si affacciano gli angeli; infine, ai lati di Cristo sono riconoscibili gli alberi della vita.

Il complesso di San Pietro al Monte, roccia che brilla di bellezza

Volgendoci per uscire dalla chiesa, invece, ingentilito da motivi decorativi in stucco, trova posto un unico grande affresco che riassume il senso dell’intero ciclo decorativo: la scena raffigurata è l’episodio di apertura dell’Apocalisse.
Sulla sinistra, ad introdurci il dipinto, troviamo la “Donna vestita di sole” con la luna sotto i suoi piedi e coronata di stelle: ha appena partorito un figlio maschio che subito viene portato verso il trono di Dio, posto al centro della scena (all’interno di una mandorla colorata), in modo che il neonato non sia divorato dall’enorme drago che, con il suo minaccioso corpo e la sua lunga coda, si distende lungo tutta la scena. Il “Drago dell’Apocalisse” viene descritto come un enorme serpente rosso, con sette teste e dieci corna, e un diadema sopra ognuna di esse. Se la “Donna vestita di sole” viene presentata con simbologia celeste (sole, luna e stelle), il Drago è descritto con simbologia terrestre, non a caso, infatti, viene identificato con il serpente.
Proseguiamo nella narrazione dell’affresco e troviamo l’Arcangelo Michele con i suoi angeli che, per mezzo delle loro lance, trafiggono il Drago su tutto il corpo facendolo franare sulla terra e scongiurando così la minaccia. Sotto il corpo del drago sono visibili alcuni piccoli diavoli che, insieme a lui, precipitano verso il basso. Nonostante l’assetto minaccioso dell’affresco, il messaggio che traspare vuole essere una parola di conforto per chi lascia la chiesa: per quanto terribile, il male non potrà trionfare, perchè il Signore manderà il suo aiuto.
Da notare un curioso particolare: il volto di Gesù è stato inspiegabilmente cancellato, sia in questa Apocalisse, sia nell’affresco dell’altare dell’Oratorio di San Benedetto, ai piedi dell’eremo. Il perchè non è stato ancora scoperto e non fa altro che accrescere il fascino mistico dell’intero complesso.

Il complesso di San Pietro al Monte, roccia che brilla di bellezza
Il complesso di San Pietro al Monte, roccia che brilla di bellezza

Avvolto da un alone di mistero e da uno strato di pietra luminosa, il sito di San Pietro al Monte brilla di bellezza, di leggenda e di storia, una perla imperdibile del nostro territorio.

Francesca Motta

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