Titans. Virginia. 20 agosto 1953. Prendiamo come data simbolo quella della nascita del capitano che più simboleggiò quella storia, Gerry Bertier. Fu la splendida vittima di quella storia. Durante i festeggiamenti per l’entratta in finale, ebbe un incidente in auto. Timase paralizzato. Ma non si fermò. Fino alla sua morte, Gerry vincerà una medaglia d’oro facendo il lancio del peso alle paraolimpiadi

Quella dei Titans è storia di correttezza. Solidarietà…

Principi quasi sconosciuti nella corsa a mozzafiato chiamata progresso dell’umanità. Ma valori che compaiono spesso nelle storie di sport.

Abbiamo già raccontato di Owens a Berlino. Se mandiamo un po’ più avanti il filmato, quello che non fece Hitler, cioè ignorare Owens, lo fece per ragioni elettorali Eisenhower, che per non perdere gli stati del sud rimandò l’incontro con il campione nero a dopo le elezioni presidenziali.

Ma proprio da quegli stati sudisti ancora sporchi di razzismo, all’inizio degli anni ‘70 venne la dimostrazione di un’altra potenzialità dello sport: la capacità di  integrazione.

Quella dei Titans, squadra di football del College T.C. Williams, in Virginia, è un episodio famoso, sfruttato anche da Hollywood in un bel film interpretato da Denzel Washington.

In realtà il suono della integrazione non ha mai il tono armonico che una sceneggiatura può dare.

E’ correre di note più fastidioso, a volte brutale,  altre volte noioso e quasi impercettibile, come carta vetrata su una superficie sconnessa.

Può esserci poco d’armonico in una società che deve, a forza (quasi sempre riproducendo ciò che economia e politica hanno già imposto) trasformare anche i più profondi e retrivi dei suoi strati.

Alexandria, sede dei Titans, all’inizio degli anni 70, era una tipica cittadina nel sud degli Stati Uniti.

Case basse, un centro tranquillo, e villette  con ordinati prati inglesi che, senza recinzioni, guardavano la strada. L‘unica, solida e tenace recinzione che divideva Alexandria era il fiume che separava le due comunità. Quella bianca. E quella nera.

Il primo muro segregazionista abbattuto fu quello scolastico. Nel ’71 i due licei vennero unificati, scoprendo una città bigotta e conformista in cui il malcontento cominciò a serpeggiare come rivoli di fango dopo una tempesta.

L’unificazione delle due scuole viaggiò parallela alla fusione delle due squadre di football per cui un capo allenatore di colore, Herman Boone, fu aggiunto a quello bianco:

“Non mi interessa se il vostro vicino sia nero, rosso, giallo o arancione. Voglio tutti i giocatori della difesa di qua, e quelli dell’attacco di là.”

Il ritiro pre-stagionale fu palingenesi della rivoluzione sociale in corso nel paese:

“Dobbiamo essere perfetti. A tutti i livelli della partita. Se qualcuno manca un passaggio: un miglio di corsa. Se qualcuno manca un bloccaggio: un miglio di corsa. Perdete la palla… e vi prenderò a calci nel sedere, neri o bianchi che siate, fino a rompermi il piede…

La spuma prima pungente, e poi densa, di quei giorni lontani da casa, quella fusione, in principio agonistica e poi razziale, insegnò che miscelando i pregi di tutti si era più forti. E si poteva vincere.

La popolazione di Alexandria aveva visto salire sul pullman del ritiro pre-stagionale i figli separati di una società spezzata.

Giorni dopo, stupita e un po’ scandalizzata, da quello steso pullman vide scendere una unica squadra. Un solido team che cominciò, straordinariamente a vincere grazie ad una nuova arma: l’unità.

Quella squadra, nel trionfale e storico cammino a campioni di stato (record 13-0), insegnò ad Alexandria, alla Virginia, e all’America tutta  l’idiozia e la diseconomia di ogni contrapposizione razziale.

E, alla fine della loro epopea, i Titans furono accompagnati a Roanoke, alla finale di stato (27-0), non da una cittadinanza cupamente separata dal colore della pelle ma da una vera e propria comunità, unita e vincente.

L’epopea dei Titans fu la prima di tante altre storie simili, che si sparsero nel sud degli Stati Uniti come sale su di un piatto insipido.

Il risultato fu un’America diversa, aiutata nel suo progresso innanzitutto dall’esperienza sportiva.

E se immaginassimo un mondo diverso, fatto di intergrazione sui fatti, e non sui proclami.

In fondo è possibile. E lo sport lo insegna

 

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