Un piatto di spiedini e i lavori nel villaggio: il Natale di una brianzola in Tanzania

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SEVESO – Né shopping sfrenato né strade piene di luci sfavillanti o di vetrine colorate: il Natale di Paola Caglio, architetto residente in città, è stato all’insegna della solidarietà e del volontariato in una cittadina della Tanzania.

Festività vissute all’insegna del significato più vero e autentico dell’attenzione nei confronti degli ultimi. Ma pensare a un’iniziativa di pochi giorni, a qualche giorno di esperienza all’estero, sarebbe decisamente sbagliato: la concittadina, per mettersi al servizio degli altri, ha lasciato anche il posto di lavoro.

“Sono partita con un progetto di servizio civile internazionale – spiega la diretta interessata – scegliendo il progetto di una Ong di Cuneo, si chiama Lvia (Lay Volunteer International Association). Ho fatto domanda a fine giugno, ho partecipato al processo di selezione e, in agosto, ho saputo che ero stata selezionata per partire. Ora mi trovo a Kongwa, una piccola cittadina della Tanzania, di circa 10 mila abitanti, situata nell’omonimo distretto a un’ottantina di chilometri dalla capitale Dodoma”.

La domanda è lecita, la risposta è scontata: no, non si tratta di un colpo di testa. L’architetto sevesino da sempre ha fatto esperienza all’estero. “Sono stata più volte in Rwanda – racconta – poi in Togo, in Malawi, in Mozambico, in Albania e in Palestina. Sicuramente, fin dall’inizio, queste esperienze hanno contribuito a far sì che nascesse in me il desiderio di coniugare i miei interessi con le mie passioni e i miei valori… e quindi l’architettura, lo sviluppo urbano e sociale e la cooperazione allo sviluppo. Per me fin dalla scelta dell’università l’architettura e tutto ciò ad essa legato ha sempre avuto un ruolo fondamentale nello sviluppo della persona e nella costruzione di un mondo più equo. Ricordo una frase di Rogers, che mi ha profondamente colpito e che mi ha accompagnato in questi anni di studio e negli ultimi due in cui ho lavorato come architetto: ‘Non si può pensare un’architettura senza pensare alla gente’. Forse questa frase riassume un po’ il motivo e lo spirito con cui ho deciso di partire per venire proprio qui”.

La sevesina partecipa dunque a un progetto di 3 anni, finanziato dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo in partnership con Lvia, Ufundiko (ong locale), Università di Torino e Università di Dodoma, Hydroaid e Cuamm (Medici con l’Africa). Questo progetto “Maishani-sostegno integrato per il diritto all’acqua,igiene e nutrizione in Tanzania Centrale” è molto ampio e si inserisce nei piani di sviluppo idrico e nutrizionale della Tanzania.

“Lvia, e quindi noi, nello specifico si occupa della parte di sviluppo idrico: abbiamo iniziato varie attività,tra cui un corso per manager idrici, la definizione di sistemi di monitoraggio del funzionamento degli schemi idrici già esistenti, la costruzione di sistemi di stoccaggio dell’ acqua, l’organizzazione di training, seminari e workshop a livello di villaggio sulla gestione delle risorse idriche per il miglioramento delle performance dei comitati di gestione degli schemi idrici. Io nello specifico seguirò il corso per manager idrici, la costruzione dei tank di stoccaggio dell’acqua in 20 health facilities nei villaggi di due distretti della regione di Dodoma e lo studio di fattibilità sulla prosecuzione del progetto in altri due distretti della stessa regione, il tutto insieme ai tecnici dello staff locale”.

Il primo mese è stato un po’ di ambientamento: “Le prime settimane di lavoro sono state intense da un punto di vista conoscitivo, abbiamo cercato di inserirci nel progetto in punta di piedi, facendo attenzione a capire quale fosse il modo migliore per entrare in relazione sia con lo staff che con le persone del posto, che ti vedono sempre come “muzungu”,ossia come “bianco”, quindi ti trattano sempre in maniera diversa,mettendoti spesso in imbarazzo. Qua si parla praticamente solo swahili, ed entrare in comunicazione è fondamentale per il progetto, per cui piano piano,ascoltando e poi parlando “kitahili”,come dicono qua per prenderci in giro, stiamo provando a impararlo davvero. Devo dire che il primo mese è passato in un soffio,ci siamo ritrovati in un attimo alla settimana di Natale”.

Già, le festività. Viene normale chiedere come sono state vissute laggiù. “Abbiamo lavorato come in Italia, fino al 22, per pranzo ci siamo ritrovati con tutto lo staff del progetto (circa 15 persone) per salutarci prima delle feste: è stato un momento semplice ma,come spesso mi è accaduto qui in Africa, ricco. Ricco di condivisione, di “casa”…qui si usa spesso dire “karibuni” (ossia “benvenuti”) per ogni cosa, si mangia nello stesso piatto e si finisce tutto quello che si è preso come segno di rispetto verso chi te l’ha offerto. Il giorno successivo siamo partiti per fare una piccola vacanza. Sono le fortune di essere in un bellissimo Paese con tantissime cose da vedere. Il giorno di Natale l’abbiamo passato a Bagamoyo, una vecchia capitale coloniale sull’oceano indiano. È stato un Natale strano, molto poco tradizionale, che mi ha fatto sentire un po’ spaesata all’inizio ma che ho vissuto cercando di coglierne ogni momento, ogni sfumatura. Ricordo lo stupore nel vedere tanzani girare per strada con cappellini di Natale in testa mentre provavano a venderti un albero di Natale già pronto (con tanto di lucine a led), l’essenzialità del nostro pranzo, un piatto unico composto da due spiedini di carne e alcune patatine fritte con una birra, il tramonto sulla spiaggia. Ricordo perfettamente la sensazione di disagio che ho provato camminando per le strade sterrate su cui si affacciano le capanne, dove incontravamo persone, per lo più sole, che mangiavano e che, porgendoci il loro piatto mezzo vuoto, ci dicevano “karibuni chakula” (un invito a favorire il cibo dal loro piatto). Quella frase mi ha accompagnato tutta la giornata, facendomi pensare a quanto dobbiamo ancora lavorare perché ci sia più equità e giustizia nei nostri Paesi. Ho pensato che stavo forse capendo proprio qui, a 6400 km di distanza, qual è il giusto spirito del Natale: la condivisione. Ho pensato ai miei giorni di Natale degli scorsi anni, a quante volte ho dato più importanza ai regali o alle cose buone invece che lasciare spazio ai miei affetti; alle volte in cui l’ho vissuto come il “dovere” di stare insieme invece che come il “piacere” di stare insieme. Devo dire che comunque mi sono mancati i nostri piatti italiani”.

Inevitabile il discorso sulla convivenza tra persone di religione diversa. “Qui c’è integrazione religiosa: come in molte parti dall’Africa, nel nostro villaggio ci sono cristiani cattolici, protestanti, anglicani e musulmani. Ogni mattina il muezzin ci ricorda l’ora della preghiera e la domenica sentiamo le campane: le feste religiose sono feste di tutti, quindi anche il Natale è condiviso”.

La sua avventura è appena iniziata. Rimarrà là un anno intero. Al suo ritorno, ne siamo certi, non sarà più la stessa persona. Arricchita dal punto di vista umano e professionale, spesso con il fazzoletto in mano: più volte, lo metta già nel conto, avrà voglia di ripartire per una nuova esperienza nel continente africano.

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