Parigi non brucia il 24 agosto 1944. Al contrario di quanto aveva ordinato Hitler, la capitale francese non fu rasa al suolo. La strategia nazista che ormai presagiva la sconfitta, era semplice.

Prima di abbandonare le città in mano al nemico, bisognava radere al suolo i suoi simboli, così come i bombardamenti alleati stavano facendo con Berlino.

Distruzioni atroci avevano colpito Firenze tre settimane prima, con ponti e quartieri medioevali fatti saltare per vendetta, dai nazisti, prima di partire.

La liberazione di Parigi, era l’ennesima tappa del trend partito dallo sbarco alleato in Italia di un anno prima e che si sarebbe concluso dopo meno di un anno, con la chiusura del conflitto dopo la resa del Giappone.

Alla base del salvataggio della capitale francese ci fu la scelta del governatore nazista, generale Dietrich von Choltitz, di non far saltare gli obiettivi prefissati.

Un generale con un ruolo così importante che non ubbidiva ad Hitler, segnò un passo clamoroso, anche se rimane misterioso il motivo della disubbidienza. Disaccordo aperto o convenienza dopo una trattativa che salvava lui e la sua famiglia?

Di sicuro erano molte le variabili che circondavano il generale in quelle ore.

La resistenza si era di fatto già impadronita della città, e a breve si attendeva l’ingresso delle truppe alleate (francesi per richiesta di De Gaulle) senza che i tedeschi avessero possibilità di fuggire.

Insomma, l’esercito e le autorità naziste erano di fatto, in quel momento, ostaggi. Non si sarebbero salvati senza il benestare della resistenza.

Resta comunque  il fatto che Parigi non bruciò e il generale Von Choltitz scontò una prigionia in Inghilterra e negli Stati Uniti e, dopo la morte nel 1966, alle esequie parteciparono le massime autorità francesi che riconobbero al Generale il merito di “salvatore” di Parigi.

 

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