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Orizzonte Innovazione

La parola “sostenibilità” oggi è ovunque.

È necessità, emergenza, slogan, promessa pubblicitaria. Una parola inflazionata, che rischia di dire tutto e niente proprio mentre il pianeta avrebbe bisogno di chiarezza, non di retorica.

La scienza ci avverte: continuando così, il sistema collasserà. Ma il conto lo pagheranno soprattutto i nipoti di chi oggi potrebbe intervenire. Nel frattempo, il dibattito si frammenta in visioni contrapposte, interessi di parte, orticelli da difendere. E la transizione rischia di trasformarsi in un eterno giro su se stessi.

Eppure la sostenibilità, nella sua essenza, è semplice.
È un modo diverso di fare le cose.
È rispetto per i bisogni umani e per quelli della natura, non per le oscillazioni dei mercati.
Non è un’invenzione contemporanea: è un sapere antico, le radici della sostenibilità sono inscritte nella storia dell’uomo.

Lo ricorda la chiocciola di Teodolinda, l’opera raffigurata nella foto. In quel gesto artistico c’è già tutto, le radici della sostenibilità: un rapporto armonico con il tempo, con gli animali, con le foreste. Un modo di allevare che diventa cultura, non sfruttamento. In quell’epoca post-romana — che la modernità ha liquidato come “secoli bui” — si gettarono le basi dell’Europa. Certo, gli animali erano nutrimento, ma erano parte di un ciclo, non merce da spremere senza regole.

A definire “buio” quel periodo furono spesso gli stessi che avrebbero mandato i bambini nelle miniere di carbone. La durezza di quei tempi non cancella però la loro lezione: da quel nuovo modo di intendere il mondo nacque l’Occidente, e tutto ciò che lo ha sorretto per un millennio, fino alla sua attuale crisi.

Forse la sostenibilità non è un obiettivo da inventare, ma una memoria da recuperare.
Forse la via per il futuro passa attraverso ciò che abbiamo dimenticato.
Perché la sostenibilità, prima di essere una strategia, è un’emozione umana. E appartiene alle nostre radici.


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