Lui è vivo.
Comunica, ama, ha paura. Corre, si ammala, mangia, dorme.
Non vive una vita di serie B: vive la sua vita, con una dignità che non dipende dal fatto di assomigliare alla nostra. E forse superiore alla nostra, nei termini di sopravvivenza della specie.
Eppure continuiamo a chiamarlo “animale”, come se quella parola bastasse a ridurre tutto: emozioni, bisogni, intelligenza, fragilità.
Una categoria comoda, che per secoli ci ha permesso di trasformare individui in funzioni, corpi in proprietà, esistenze in merce.
La verità è più semplice e più scomoda:
lui è un individuo.
Non un “amico a quattro zampe”, non un figlio sostitutivo, non un oggetto affettivo.
Un individuo, con tutto ciò che questa parola comporta: diritti, integrità, libertà dal maltrattamento, impossibilità di essere venduto o modificato a piacere.
E ciò che vale per un cane vale per ogni essere vivente che oggi archiviamo sotto la voce “animali”.
Se avessimo il coraggio di riconoscerli come individui, molte delle nostre contraddizioni si scioglierebbero da sole.
Le nostre leggi cambierebbero più in fretta, il nostro sguardo si farebbe più coerente, il nostro rapporto con l’ambiente meno predatorio.
Perché non sarebbe più una questione di pietà, ma di giustizia.
E forse, in questo cambio di prospettiva, ci sarebbe anche una possibilità per noi: rallentare la corsa verso l’estinzione, smettere di ballare sul ponte del Titanic mentre il ghiaccio si avvicina.
A volte basta una parola per cambiare il mondo.
Quella parola, oggi, è individuo. E riconoscere i suoi diritti. Esattamente come riconosciamo i nostri




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