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La perdita di un cane è un dolore che non assomiglia ad altri. È un vuoto che non parla la lingua degli uomini, e proprio per questo chi lo vive merita rispetto, anche quando il lutto si trasforma in rabbia o in giudizi affrettati.

Nei giorni scorsi, la vicenda di Osso e la reazione di Michele Serra hanno riaperto un dibattito antico: la convivenza tra uomini, cani e lupi. Da una parte chi difende il ritorno dei predatori; dall’altra chi invoca limitazioni, controlli, abbattimenti.
In mezzo, come sempre, ci siamo noi: sapiens che discutono, si dividono, si accusano.
E poi c’è l’assenza di Osso, che resta lì, muta e irriducibile.

La domanda che nessuno sembra porsi è un’altra: che cosa vedrebbe Osso, se potesse osservare tutto questo dall’alto?

Osso era un cane, certo. Ma era anche un lupo. Trentamila anni di domesticazione non cancellano una specie: la addolciscono, la trasformano, ma non la riscrivono. Dentro ogni cane sopravvive un istinto antico, lo stesso che i lupi hanno riconosciuto in lui: non un nemico, ma un rivale.
E come molti cani liberi di esplorare, anche Osso avrà inseguito, forse ucciso senza volerlo, un coniglio ferito, un uccellino caduto dal nido. Non per crudeltà: per natura.

Osso questo lo sa.
E per questo non chiederebbe vendetta.

La natura non è un tribunale morale. Non distribuisce pene, non assegna colpe, non conosce la categoria del “giusto” e dell’“ingiusto”. È un sistema complesso, spesso crudele ai nostri occhi, ma coerente con sé stesso.
Il problema, semmai, è nostro: vogliamo la natura, ma solo quella che non ci ferisce. Vogliamo essere ambientalisti, ma senza accettare la parte selvatica, imprevedibile, dolorosa della vita animale.

Osso, da lassù, questo lo capirebbe.
Noi, spesso, no.

E forse il primo passo per proteggere davvero ciò che amiamo è riconoscere che non siamo padroni del mondo, né delle sue regole. Siamo ospiti. E come tali dovremmo imparare a convivere con ciò che ci commuove e con ciò che ci spaventa, con ciò che ci consola e con ciò che ci ferisce.

La natura non ci deve giustizia.
Siamo noi che dobbiamo imparare a rispettarla.


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