Ci sono luoghi che non smettono di parlare, anche quando li abbandoniamo: l’ex Macello di Monza è uno di questi: un edificio che conserva ancora, nelle sue pareti, la storia complessa del rapporto fra esseri umani e animali. Un rapporto fatto di necessità, violenza, sopravvivenza, ma anche di fragilità e di sguardi che oggi riconosciamo negli animali che vivono accanto a noi.

Distruggere la storia di un luogo significa amputare una parte della nostra memoria collettiva. E senza memoria, non esiste direzione. Chi va in montagna lo sa: per orientarsi bisogna guardare indietro, leggere i segni del sentiero. Anche i fabbricati pubblici in disuso sono sentieri: alcuni custodiscono le domande che siamo diventati e le risposte che eravamo. L’ex Macello di Monza è uno di questi luoghi-simbolo.

Eppure, quando si rigenera un’area, la prima azione è quasi sempre la stessa: cancellare tutto. Ruspe, cemento, tabula rasa. Ma così si elimina anche il DNA culturale di una città: le sue abitudini, le sue credenze, la sua identità materiale.

Perché non fare il contrario? Perché non trasformare proprio quel passato — duro, controverso, ma reale — in un laboratorio culturale capace di parlare al presente?

Immaginiamo una parte dell’ex macello dedicata al racconto, allo studio, alla cura e alla relazione con gli animali. Un luogo dove storia, scienza, tecnologia e sensibilità contemporanea si intrecciano. Un centro che diventa esempio nazionale, non copia di qualcosa già visto altrove. Un luogo che non divide, ma unisce: cittadini, esperti, associazioni, istituzioni. Non un progetto politico, ma un gesto civile.

In un’epoca in cui il rapporto fra sapiens e natura è fragile, emotivo, spesso conflittuale, un progetto così restituirebbe senso, radici e prospettiva. Sarebbe un investimento sulla cultura come motore di valore, non come ornamento. Perché la cultura non vive di mance, ma di visioni capaci di ridefinire il futuro — anche quello architettonico.

CC


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