Il Monza è tornato in Serie A. Ma il discorso vale per qualsiasi luogo, di questo Bel Paese.
È accaduto senza proclami, quasi senza aspettative. Ma lo sport funziona così: quando talento, sorte e visione si incrociano, l’improbabile diventa possibile. È una lezione che vale sul campo come nella vita.
Mentre la terza città della Lombardia celebrava un risultato storico, i social si dividevano su un maxischermo in piazza, trasformando un dettaglio logistico in un caso politico. L’ennesima eco di una campagna elettorale stanca, fatta di parole e volti riciclati, più cronaca che futuro. Nessuna innovazione, nessuna idea nuova.
Intanto la città affrontava l’ennesimo nubifragio, con strade allagate e polemiche immediate. Un attimo prima si ironizzava sulla biodiversità e sui parcheggi che mancano; un attimo dopo si accusava il sindaco perché “piove troppo”.
Si continua a fingere che il futuro dei figli si giochi sul centimetro di cemento in più o in meno, sul mantenere ciò che conviene oggi. Non sul cambiare schema. Eppure l’equilibrio che dovrebbe garantire un domani alle nuove generazioni non c’è più.
Succede allora che una squadra giochi un campionato di Serie A, mentre tutto attorno sembra ancora da Serie B.
E se non cambi schema — soprattutto se non hai risorse — in B ci torni.
A salvarti è solo una cosa: la visione. Il coraggio di disturbare qualcuno per favorire il futuro dei giovani. Di farli parlare anche quando non fanno comodo. Di ascoltarli davvero, non usarne due come mascherine elettorali e ignorare gli altri, tanto “basta il solito quaranta per cento”.
Il calcio, l’anno prossimo, dirà la sua. E capiremo se il Monza è davvero da Serie A.
Forse una squadra giovane, con idee nuove, può salvarsi.
Anche la politica, l’anno prossimo, dirà la sua.
E qui le premesse sono da scontro salvezza: una società stanca, sull’orlo del fallimento culturale, con idee vecchie portate avanti dalle stesse persone da decenni, rivolte sempre allo stesso pubblico. Gli altri, ormai, non ci credono più e non votano.
Peccato che il gioco, qui, non si chiami sport.
Si chiama sopravvivenza di un’idea di città.
E garantirla richiederebbe novità vere, non slogan.
Per questo, alla fine, lo sport appare più semplice.
Più onesto. Più trasparente.
Se sbagli, paghi. E vai in B.




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