Marcinelle. Ore 3.15.

Qualcuno urla una frase in italiano. “Tutti cadaveri.”

Una frase fredda, gelata. Fu ufficializzata così, in italiano, la tragedia, per maggioranza italiana, mineraria, del ventesimo secolo. 262 caduti sul lavoro, di cui  132 italiani.

Una tragedia dovuta ad un errore di comunicazione, che fece partire un ascensore quando non doveva, e queto tranciò cavi e tubi di alimentazione, che provocarono un incendio che sommerse i pozzi di fumo e…

Marcinelle. A dire quanto quel lavoro drammatico e precario, di miniera, fosse legato ad una sicurezza ancora più precaria.

Si è parlato, o meglio polemizzato di recente su Marcinelle.

Al di là della parte politica, l’immigrazione che oggi conosce l’Italia, e quella dei lavoratori di Marcinelle, sono mondi opposti, assolutamente non accomunabili se si considera la storia.

Il tutto parte dalla fine della seconda guerra mondiale. Semplificando.

L’Italia si trovò nazione distrutta, senza fabbriche, con molti lavoratori che dovevano mangiare ma non avevano impieghi. Il Piano Marshall fece rinascere l’economia, ma non abbastanza in fretta per assorbire tutta la mano d’opera eccedente, e d’altra parte ci si trovò in Italia con la cronica carenza di materie prime.

Dall’altra parte c’era il Belgio che cercava lavoratori per le miniere, necessità che non poteva solo esser coperta dall’offerta interna. Prima si rivolse a Polonia e Spagna, senza successo. Alla fine l’accordo con l’Italia venne naturale, anche perchè si era alle soglie di un’idea di Europa.

Ci fu un accordo ufficiale. L’Italia si impegnò ad esportare lavoratori (fino a 200.000 al mese) in cambio di carbone.

Venne organizzato un reclutamento con manifesti in tutte le piazze italiane, in cui si elencavano meraviglie e stipendi di lavorare lassù. Ci fu un grande successo. In Belgio emigrarono giovani e uomini di tutte le regioni italiane, dal nord e dal sud, indistintamente.

In realtà il sogno finiva sui manifesti.

La Stazione Centrale di Milano era il punto centrale di partenza dei viaggi verso le miniere.

Per raccogliere i volontari, si usavano più o meno gli stessi sotterranei che furono usati per la raccolta degli ebrei verso i campi di smistamento. I treni erano piombati, chiusi, con finestrini e porte serrate, senza fermate, perchè si temeva i lavoratori potessero scendere in Svizzera o altre fermate “non minerarie”. Arrivati alle stazioni di destinazione, i volontari venivano inquadrati, spogliati, disinfettati, visitati in maniera violenta e caricati e pressati su camion che li portavano ai villaggi, che altro non erano che i vecchi campi di prigionia dei soldati Russi prima, e Tedeschi poi.

Tutto questo per iniziare. Il peggio era la miniera. Mille metri sotto terra, in corridoi bui, a scavare, sdraiati, senza sicurezze.

Va lasciata da parte l’ostilità dei locali, perchè è stato tratto comune di tutte le nostre emigrazioni, non solo quella mineraria.

E’ da notare comunque che quel carbone promesso, in Italia non arriverà mai. Perchè il Paese, che allora innovava, era andato oltre nelle fonti energetiche. Era partita l’era del petrolio, il carbone era inutile.

Questa la verità dei documenti. Nulla a che vedere dunque, fra i minatori italiani, e coloro che sbarcano oggi in Italia, che alle spalle non hanno accordi fra Stati e posti di lavoro assicurati e regolamentati.

Lasciamo perdere le tutele, quelle riguardano il progresso che per fortuna, c’è stato, anche nei diritti degli umili.

Si sapesse ciò che c’è alle spalle dei fatti, certe polemiche non nascerebbero. La storia, questa sconosciuta…

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