Sanità e Lombardia: una analisi per ripartire dopo la strage

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Sanità e Lombardia
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SANITA’ E LOMBARDIA:  DI FRONTE ALL’EMERGENZA

 Un sistema sanitario universalistico

Con la legge 833 del 1978 è stato introdotto in Italia un Servizio Sanitario nazionale che dà attuazione all’art. 32 della Costituzione e, garantendo il “diritto alla salute” di tutti gli individui, si presenta come un sistema pubblico di carattere “universalistico”.

In questo contesto lo Stato centrale, che ha la responsabilità di assicurare a tutti i cittadini il diritto alla salute mediante un forte sistema di garanzie, detta le regole generali ed eroga i fondi  reperiti attraverso la fiscalità  e le prestazioni a pagamento.

Le Regioni hanno invece la competenza esclusiva nella regolamentazione ed organizzazione dei servizi e delle attività destinate alla tutela della salute, nei criteri di finanziamento delle aziende sanitarie, nel controllo di gestione, nella valutazione della qualità delle prestazioni sanitarie. 

La sanità in Regione Lombardia

Con i suoi 10 milioni di abitanti la Lombardia è la regione più popolosa d’Italia e anche quella col maggior numero di anziani: 2 milioni 270 mila over 65. Anche in considerazione di questi numeri la spesa per la sanità lombarda è assai considerevole: ben 19 miliardi e 271 milioni di euro/anno (2019), oltre il 75% del bilancio dell’intera Regione.

Se si raffronta con le altre esperienze regionali, quello lombardo sembra essere un sistema sanitario buono ed in grado di fornire risposte soddisfacenti agli utenti. Ma, nonostante lo storytelling “del miglior sistema sanitario d’Italia”, gli sprechi economici e le commistioni affaristiche sono tante, come dimostrano le cicliche inchieste giudiziarie che hanno constellato la storia della sanità lombarda: S. Raffaele, Santa Rita, Maugeri, Stamina e altri scandali più o meno sommersi.

Si deve considerare inoltre che non esiste un vero e proprio sistema di contrrollo sui pagamenti e sulle prestazioni e che, anche qui in Lombardia, i tempi di attesa per poter accedere alle visite specialistiche e agli esami diagnostici sono infiniti. 

La peculiarità lombarda 

Il sistema sanitario lombardo ha previsto un massiccio coinvolgimento dei privati per dare la possibilità ai cittadini di avere a disposizione un maggior numero di aziende sanitarie. Infatti,  in tutta la regione il 40% degli ospedali è gestito da privati in regime di convenzione e, degli oltre 19 miliardi complessivi destinati alla sanità, 9,7 miliardi sono dirottati sui servizi sanitari forniti direttamente dalle strutture pubbliche e ben 8 miliardi sono invece destinati ai servizi sanitari in regime di convenzione con privati (il rimanente è dedicato alle spese di gestione).

Non è qui il caso di discutere sui vantaggi e gli svantaggi di questo modello sanitario. E’ indubbio, tuttavia, che in una situazione di emrgenza , come quella provocata dal Covit 19, gli svantaggi sono  assai evidenti. 

Ospedali messi alla prova

L’emergenza Coronavirus, e le emergenze in genere, non sono redditizie per le strutture private che malvolentieri mettono a disposizione spazi e competenze che, oltretutto, spesso non esistono. Il comparto privato si occupa prevalentemente di diagnostica, di operazioni renumerative e poco complesse e di lungo degenze.

Convertire una clinica in cui si fanno costose operazioni o si fanno pagare camere per la lungo degenza anche 6000 euro al mese in ospedale Covit non conviene. Il rischio è quello di compromettere un sistema ben collaudato di ricavi. Sono assai timidi, dunque, i contributi che possono arrivare da questa tranche di sanità.

Per un altro verso, la sanità pubblica arranca e, mai come in questi frangenti, mostra tutte le sue debolezze.

Qui ci sono le migliori competenze e strumentazioni, ma da anni il comparto è soggetto a pesanti tagli.

Dalla metà degli anni ’90  i posti letto pubblici sono stati più che dimezzati e, nello stesso arco temporale, in parallelo, i posti letto privati sono considerevolmente aumentati.

In Lombardia nel corso degli anni sono state chiuse ben 29 strutture ospedaliere pubbliche.

Inoltre, le strutture sanitarie pubbliche sono sottoposte al regime dei tetti di spesa che incide sia sul personale che sull’acquisto dei dispositivi medici e sulla farmaceutica.

Non è quindi possibile rimpiazzare il personale medico ed infermieristico che va in pensione, ad esempio.

Aggiungere letti o aprire nuovi reparti di terapia intensiva in assenza di personale sanitario aggiunto e adeguato, come si è fatto in questa emergenza, ha avuto come esito solo quello di mettere in evidenza le carenze che il comparto soffre da anni.

Una riforma che non colma le lacune

Con la L.R. 23/2015 è stata attuata in Lombardia la Riforma del Sistema Sociosanitario che ha suddiviso la regione in Agenzie per la Tutela della Salute ai cui afferiscono le Aziende Socio Sanitarie Territoriali, introducendo quindi un nuovo modello organizzativo. I punti di forza del progetto erano il passaggio “dalla cura” al “prendersi cura” della persona nella sua globalità e l’integrazione Ospedale/Territorio. Inutile dire che, dopo quasi cinque anni dalla sua approvazione, questa riforma non ha prodotto risultati degni di nota. Per mille ragioni non si è investito nè sul “sociale”, nè sul “territorio”e l’emergenza di questi giorni ha messo spietatamente in luce i punti deboli di una sanità costruita più sull’apparenza che sulla soluzione dei veri problemi.

Se il sistema finora non è collassato, lo si deve all’incredibile resistenza e allo spirito di abnegazione di medici, infermieri e di tutto il personale ospedaliero.

Laura Barzaghi

 

 

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