Al voto un’Italia divisa in due, forse anche in tre

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Al voto un'Italia divisa
Al voto un'Italia divisa

Sarà una domenica di voto importante ma col solito handicap di una legge elettorale che non è in grado di tracciare un solco netto tra vincitori e vinti, tant’è che sussiste il solito rischio di veder governare quelli che hanno perso per meno.
Chi vincerà? È la domanda di rito.

Probabilmente nessuno, perché dal Dopoguerra in poi questo Paese è chiaramente diviso in due grandi blocchi politici, segnati di volta in volta dai nomi delle due coalizioni di Sinistra e Destra, a parte i simboli dei singoli partiti o partitini che in questa nostra democrazia abbondano e finiscono solo per peggiorare una situazione già confusa all’elettorato.

Cos’è cambiato dai tempi di Don Camillo e Peppone?
A pensarci, ben poco. Il confronto è sempre tra i due blocchi storici al cui interno si spostano voti, di elezione in elezione, ma i numeri alla fine son quelli. Perché chi vota a sinistra difficilmente si sposta nettamente a destra e viceversa. A scompigliare un poco le vecchie carte, dal 2013 si è aggiunto il M5S, più o meno in mezzo, guardando a sinistra. Nell’odierno anche con un Terzo Polo di centro, il cui risultato potrebbe cambiare in parte l’ago della bilancia.

Nei due principali schieramenti ci aspettiamo travasi tra i partiti, cambieranno di certo le percentuali dei voti ottenuti, ma i totali di coalizione finiranno, salvo sconvolgimenti epocali, per essere più o meno gli stessi degli ultimi anni, col rischio di impattare ancora. Con fratture tra Camera e Senato. Senza che nessuno dei due grandi blocchi politici superi il fatidico 50%, men che meno oggi con 5Stelle e cosiddetto Terzo Polo.

Il problema rimane garantire la governabilità, evitare governi tecnici e accordi variegati che si dissolvono poi come neve al sole. Ma forse ci sarebbe voluta ben altra legge elettorale. Ma pure quella non sarebbe bastata se già all’interno delle due prime coalizioni tante voci sono discordi sui principali argomenti sul tavolo.
La speranza è non sentire lunedì sera che anche questa volta hanno vinto tutti.

La grande preoccupazione odierna sta nell’astensionismo, salito a vista d’occhio negli ultimi anni nelle varie tornare elettorali.
La vera novità è che vedremo meno facce in parlamento e speriamo anche qualche faccia nuova, capace.

Se rileggiamo gli ultimi 25 anni di elezioni politiche (dati Camera dei Deputati) abbiamo:

1996: Ulivo 43,4, Polo della Libertà 42%, affluenza 82,5%;
2001: Casa della Libertà 49,5, Ulivo 35,4, affluenza 81,3
2006: Unione 49,8, Casa della Libertà 49,7, affluenza 84,2
2008: Centrodestra 46,8, centrosinistra, 37,5, affluenza 80,6
2013: Italia Bene Comune 29,5, centrodestra 29,1, M5S 25%, affluenza 75%
2018: Centrodestra 37, M5S 32,6, Centrosinistra 22,8, affluenza 73%.

Insomma, senza evidenziare i dati del Senato, che pure spesso hanno provocato disparità di lettura tra le due Camere, il nostro continua a essere un Paese chiaramente spaccato a metà (salvo, appunto, un’eventuale sorpresa del Terzo Polo o del M5S) e solo una legge elettorale che dia il via a un sistema maggioritario potrà permettere una reale governabilità.

Da martedì chi sarà chiamato a governare dovrà in primo luogo leggere nelle pieghe la reale quotidianità di un’Italia inginocchiata davanti ad una crisi economica che parte da lontano, accentuata dall’odierna geopolitica, dai costi energetici alle stelle, dall’inflazione che ha ripreso a galoppare, dal lavoro che scarseggia, da infrastrutture obsolete, dal costo del denaro aumentato, da un debito pubblico che forse verrà sanato solo con la fine del mondo. Speriamo nei soldi del PNRR, che aiuteranno (se non finiranno in mani sbagliate) ma certamente non potranno risolvere. Con le banche sempre in agguato per prendersi la loro bella fetta e sanare in parte buchi dovuti a gestioni passate per lo meno discutibili, se non ridicole, che alla fine pagano sempre i poveri correntisti.

Ecco il punto: chiunque governerà dovrà farlo nel nome e nell’interesse del popolo votante e non certo per favorire un potere centrale che da anni ormai ha mostrato di privilegiare solo e soltanto i desiderata di un distorto sistema economico e bancario. Utopia forse.

Rimane il fatto che dobbiamo andare a votare per chi crediamo, altrimenti saranno gli altri ad aver ragione.

Carlo Gaeta

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