Jochen Rindt. L’inizio del suo ultimo viaggio. 1 settembre 1970.

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Jochen Rindt
Jochen Rindt

Jochen Rindt. 1 settembre 1970.

E’ un lunedì. Jochen arriva a Monza per trascorrere qualche giorno tranquillo, con la famiglia, prima del Gran Premio che avrebbe potuto incoronarlo campione del mondo.

Sono le prime righe di una storia di sport. Uno sport che ancora sapeva scrivere storie, e non solamente interminabili chiacchiere televisive.

La differenza? Che il racconto di quelle storie è materia utile alla vita di tutti. Fanno cultura, simbolo di esistenza.

Le chiacchiere di oggi, chiuse dentro tanti video-game di figurineimmaginarie, fanno comodo solo al mercato di pochi.

Jochen Rindt è pilota. Mezzo austraico (la madre) e mezzo tedesco (il padre).

Jochen,  nato nel 1942, da subito vive per i motori. Odore di benzina, pistoni e scarichi. Gli stessi che spinsero una notte del 1944 i bombardieri americani su Amburgo quando  tra gli incendi di una città in ginocchio, scomparvero i suoi genitori, e quando non aveva nemmeno due anni, lo lasciarono solo.

Chissà, magari nel rombo caldo di una auto da corsa, Jochen sentiva le voci di suo padre e sua madre che mai aveva udito. E sposava la rabbia di quella assenza in quella potenza ritmica inesorabile, inarrestabile.

Di sicuro, Jochen Rindt era nato per guidare le automobili da corsa. Sia per il talento, che per il personaggio.

Prima la moto, poi le auto. Formula due e formula uno. Vinceva di qua e di là, come una volta si poteva fare.

Un uomo che decise fin da subito di fare dello sport dei motori la colonna sonora della sua vita. Una carriera da campione. Una scalata veloce ai vertici della Formula Uno. Una faccia e un personaggio da anni sessanta verso i settanta. Spavaldo. Alla Jean Paul Belmondo.

Jochen Rindt lo chiamavano Dynamite, e in fondo il suo cuore quello era. Per l’energia di cui era piena la sua guida e la sua vita.
Jet set.

Aveva sposato una modella olandese, Nina. Ed erano belli vederli ai box,  assieme. Lui giocare con la figlia con addosso la tuta da gara. Allora c’era, anche per i piloti, il tempo per mostrarsi umani. Vivi.

Lui, in tuta, e un giocattolino che si divide con la figlia. Sponsor e famiglia, sport e vita, mischiati. Attimi felici del 1970, dentro una carriera vincente, che andava verso la vittoria del Mondiale, su una Lotus capace di vincere Gp a ripetizione.

Sport. Nel 1970 la Lotus di Jochen Lindt aveva già vinto 5 Gp su 9.

Vita: “E’ troppa questa fortuna. Comincio a preoccuparmi perché potrebbe non continuare”.

Leggenda.

Sabato 5 settembre. Prove del GP di Monza. Una curva. o meglio. La curva. La Parabolica di Monza. All’imbocco qualcosa cede. Un problema all’impianto frenante. Forse. O altro. Non si sa. Magari solo il destino che fa finta di essere un meccanismo che smette di funzionare.

Destino. Jochen perde il controllo. La vettura impatta un palo di sostegno della rete. Lo sterzo sfonda il torace di Rindt.

C’è un video che mostra l’auto che gira nella sabbia, fino a fermarsi nella polvere. La macchina è ferma. La gente corre. Ma Jochen non è più lì. Arresto cardiaco. C’è gia stata la fine della storia.

Ma in quella polvere che si posa, c’è l’inizio della leggenda. Con un Mondiale vinto postumo, e il casco d’oro ritirato nel gennaio del 1971 da Natascha, sua figlia, che si sarebbe misurata con una assenza esattamente come Jochen, tanti anni prima. Là una guerra.  Qui lo sport.

Sì, poi, dopo quell’incidente all’Autodromo di Monza, vennero polemiche. Intervenne la magistratura. Si parlò di sicurezza. E tutto portò a migliorare, la sicurezza dei piloti, anche se non a cambiare altri destini.

“Dopo il mondiale mi ritiro”  aveva detto Rindt. Lo fece prima.

Già destino. Lo stesso che invocò Stewart, amico di famiglia, gente che passava le vacanze assieme, quando al box  disse a Nina: “C’è stato un incidente, e Jochen non sta tanto bene…”.

Di sport si muore, certe atleti che vanno via troppo presto divengono leggenda.

Forse semplicemente è una delle tante regole che fanno grande lo sport vero. Perchè lo sport quando è vero sa essere vita, nel bene, e nel male.

Regole vere. Regole in cui, per fortuna, non serve la var e le interminabili chiacchiere successive.

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